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UNIVERSITÀ

Una ricetta qualitativa

intervista a LORENZO BETTELLI - ex studente ISO

Per certi aspetti potremmo dire che sei stato uno dei pionieri degli studenti ISO nel mondo delle tesi qualitative. Perché hai voluto intraprendere proprio questo percorso?

Durante il primo triennio all’ISO ho sempre trovato interessante arricchire le mie conoscenze accademiche attraverso gli studi qualitativi presenti in letteratura, a tal punto che, al quarto anno, ho deciso di confrontarmi in prima persona con questa particolare metodica di ricerca.Credo che per quanto riguarda aspetti cruciali, come ad esempio il ragionamento clinico, la ricerca qualitativa sia uno strumento che deve essere assolutamente integrato all’interno dei dati provenienti dagli studi quantitativi, al fine di implementare la nostra pratica clinica e definire in modo più preciso la nostra identità professionale.Nello specifico lo scopo della mia tesi è stato studiare le credenze inerenti i cinque modelli osteopatici di alcuni osteopati italiani e le ripercussioni che queste hanno nella pratica clinica.Devo ammettere che durante le varie fasi del mio lavoro, il prof. Formica mi ha consigliato e supportato, ed anche grazie a lui che sono cresciuto molto.

Quali sono state le fasi salienti della tua ricerca qualitativa?

Inizialmente ho predisposto delle domande per comprendere al meglio i diversi pensieri degli intervistati circa la tematica in esame. In seguito, tramite criteri di inclusione ed esclusione precedentemente stabiliti, ho contattato alcune scuole italiane di osteopatia di Milano, Saronno, Bologna e Roma in modo da reclutare professionisti con una particolare sensibilità riguardo al tema e che avessero un ruolo nell’ambito educativo osteopatico.Poter contare sulla disponibilità di molti docenti ISO mi è stato di grande aiuto soprattutto all’inizio, quando sono emerse alcune difficoltà durante la raccolta delle informazioni. In questo modo il campione di professionisti reclutato è salito fino a 20 e ciò ha permesso di collezionare dei dati di grande rilievo ai fini della ricerca.

Quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato durante la realizzazione della tua tesi?

Lavorare a un progetto qualitativo presenta numerose sfide. In primis, c’è stata una certa difficoltà nel raccogliere dati da professionisti provenienti da ambiti e background diversi. Allo stesso tempo, recarsi a Saronno, Bologna e Roma è stato molto appassionante ma, da un punto di vista logistico, anche decisamente impegnativo.Un’altra difficolta è emersa durante le interviste vere e proprie, in cui infatti era molto importante che io non influenzassi le risposte dei partecipanti con le mie conoscenze e la mia esperienza di intervistatore.Infine durante il processo di analisi è stata una grande sfida mettere insieme una quantità di dati così ampia, osservando e facendo emergere temi e categorie comuni tra le diverse interviste.

Cosa ti ha dato questo percorso?

Da studente è capitato di incontrare professionisti con differenti impostazioni di pensiero, sia riguardo l’utilizzo dei modelli osteopatici, sia nelle modalità di ragionamento clinico diagnostico. Credo che questa situazione si ripresenti più e più volte durante gli anni di studio e penso che ogni osteopata, davanti a questa diversificazione, almeno una volta si sia posto la domanda su cosa contraddistingue realmente la nostra professione dalle altre figure sanitarie. L’incontro diretto con professionisti esperti per un confronto intra-professionale, volto a condividere visioni ed esperienze personali, è stato l’inizio di una risposta a questa domanda. Questo progetto mi ha portato a credere fermamente che la costruzione di un ragionamento clinico diagnostico comune all’intera classe osteopatica potrebbe concorrere in modo preponderante alla formazione di una identità professionale solida e distinta.

Quali potrebbero essere i nuovi futuri orizzonti che suggeriresti di studiare a chi come te vorrebbe condurre una tesi qualitativa in ambito osteopatico?

Il bello della ricerca qualitativa è che può essere utilizzata per studiare quasi tutti gli argomenti che riguardano la struttura della parte clinica della nostra professione. Ricercatori stranieri hanno indagato l’utilizzo dei principi osteopatici nella pratica clinica di vari professionisti, mentre altri la percezione o meno di un’identità professionale osteopatica tra gli studenti all’ultimo anno.Un altro tema che secondo me dovrebbe essere posto sotto esame è l’utilizzo di un approccio osteopatico all’atto pratico, come per esempio potrebbe essere quello viscerale o craniale.Credo che anche nel contesto italiano, tutti questi possano essere degli argomenti di grande interesse per la nostra comunità professionale.

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